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Intervista a Giacinto Siciliano, direttore di Opera
Alessandro Litta Modignani

da L'Opinione di Alessandro Litta Modignani
Milano, 2 ottobre 2008

Giacinto Siciliano, 41 anni, è da un anno alla guida del carcere di Opera, periferia sud di Milano, considerato "il più grande d'Europa".

E' proprio così?

"Per la precisione, siamo i più grandi in Italia per numero di detenuti con condanna definitiva.
Se si considera la capienza in sé, certo Poggioreale e Rebibbia hanno un numero di reclusi superiore.
Però si tratta di imputati in attesa di giudizio".

Ci presenti Opera in cifre

"Attualmente abbiamo circa 1300 detenuti, con una capienza massima di 1500.
I comuni sono 600, di cui 100 con un fine pena breve.
A questi vanno aggiunti i semi-liberi, che sono 45, in un reparto che ne può ospitare fino a 150.
Sul fronte "difficile", invece, i protetti (per reati sessuali o ex collaboratori) sono 150, quelli in alta sicurezza 250, quelli sottoposti al 41bis 60.
Poi abbiamo il Centro diagnostico terapeutico, con 90 ricoverati e doppia guardia medica 24 ore su 24.
A Opera abbiamo circa 300 detenuti con patologie importanti, provenienti da tutta Italia, di cui 40 sieropositivi.
Infine ci sono 5 collaboratori di giustizia".

E sul fronte del personale?
"Sulla carta abbiamo 750 agenti, ma in realtà sono 600.
Gli educatori sono 6, più 6 agenti di rete.
Se contiamo tutti gli operatori civili, i volontari e il personale medico, arriviamo a una popolazione di circa 1000 persone, per 1300 detenuti. Una buona proporzione".

Proprio nei giorni scorsi avete presentato due nuove attività: a Opera si lavora dunque.

"Certo. Avere una popolazione con un fine pena lungo, consente di programmare le attività produttive.
Qui abbiamo una serra per fiori e frutta e - da poco - anche una produzione di uova di quaglia e una gelateria, la prima in Italia, dove lavorano reclusi ad alta sicurezza.
Poi abbiamo attività teatrali, musicali, scolastiche, di smontaggio e smaltimento di elettrodomestici usati, di assemblaggio di elettrodomestici nuovi. Abbiamo un forno per il pane , attività sportive e di fisioterapia. In totale vi partecipano 650 reclusi, cioè il 60% del totale.
Un risultato di tutto rispetto".

Nonostante una popolazione carceraria con reati gravi.

"Bisogna sfatare il mito "più attività, meno sicurezza": assolutamente non è così.
Anche qui si lavora, sia pure con qualche cautela in più.
Anzi noi vogliamo sempre più qualificarci, nei prossimi anni, come un carcere in cui si svolgono attività produttive. In tutta tranquillità, ovviamente".

Quale è stato l'impatto dell'indulto?

"Qui ha inciso meno che altrove, per evidenti ragioni.
La popolazione con lunghe condanne era meno toccata dal provvedimento.
A molti ha ridotto di tre anni i tempi della pena residua".

Ora però la vasca torna inesorabilmente a riempirsi...

"Era inevitabile che fosse così, in mancanza di misure strutturali e di lungo periodo.
Da noi questo riempimento avviene più lentamente, per la stessa ragione".

Come giudica, dal suo punto di osservazione, lo stato della giustizia penale?

"Non tengo particolarmente a esprimere giudizi.
Noi siamo chiamati ad applicare le norme nel modo migliore, non a discuterle.
Posso dire che il carcere, in generale, riflette le lentezze e le inefficienze del sistema.
Non risolve i problemi altrui.
Dunque non serve costruire dieci nuove carceri, se non si fa nulla per prevenire i reati e le recidive.
E in ogni caso occorre organizzare le attività, preparare il reinserimento, reperire il personale.
Altrimenti il carcere non serve a nulla".

Quali sono le criticità di Opera?

"A volte manca l'acqua calda, per cui i reparti devono fare la doccia a turno.
E' un problema strutturale dell'edificio, che si trascina dalla costruzione e che speriamo di risolvere a breve.
Non dimentichiamo che questo complesso era stato concepito per 700 reclusi.
Per il resto, ce la caviamo con le nostre forze.
Abbiamo imbiancato senza chiedere un euro, grazie alla generosità di alcuni sponsor".

Come sono i rapporti con il neo-sindaco leghista di Opera, Ettore Fusco?

"Buoni. Ci ha aiutato per i progetti che riguardano gli agenti, l'apertura del centro estivo ai loro familiari, la vendita dei nostri prodotti.
Qui abbiamo un ottimo volontariato, perché lo spazio esterno non manca e il privato sociale può operare adeguatamente. Semmai manca lo spazio interno, che per alcune tipologie di detenuti non è un problema da poco".

Prima di venire qui, quali sono state le sue esperienze?

"Sono stato a Monza, a Trani e infine a Sulmona, dal 2003 all'anno scorso".

Quest'ultimo è diventato tristemente famoso come il carcere dei suicidi....

"Guardi, i primi due anni sono stati i peggiori della mia vita, ma non mi va di parlarne".

Ci provi, la prego.

"I mezzi di comunicazione hanno avuto responsabilità enormi. Il suicidio del direttore prima e del sindaco di Roccaraso poi, hanno contribuito a creare un'immagine assolutamente distorta.
A Teramo, non lontano, c'erano gli stessi suicidi che a Sulmona, però non facevano notizia.
Una volta un detenuto ha tentato di impiccarsi due ore dopo l'arrivo.
Lo abbiamo salvato e ci ha confessato che aveva chiesto il trasferimento lì, perché così il suo suicidio.... avrebbe fatto scalpore, mentre altrove non se lo filava nessuno.
Sono stato a Sulmona quattro anni e mi conforta di avere lasciato una situazione stabilizzata.
Ma il biennio 2003-2005 per me è stato un vero incubo".