carcere e dintorni
area di libero scambio
parole scelte
Da S. Vittore
Pianeta carcere
Le leggi
approfondimenti
Sondaggio
Forum
Evasioni celebri
Scaffale
Lettere
Interviste
Gli affetti
Il trattamento
Vivere dentro
Il lavoro
La libertà
Le donne
Gli stranieri
La salute
I dati
La comunicazione
percorso giuridico ed esperienze dall'arresto alla libertà
Scrittura
Poesie
I Quaderni del Due
Il Due Notizie
Le Magliette
Le Celle di Sisto
Il Glossario
Multimedia
Le Collaborazioni
Tesi di laurea
dal Beccaria
Il Forum
Nel Forum si parla di
carcere e comicità.
Dicci la tua opinione e aggiungi il tuo intervento alla discussione.

Una vita in gioco
di Vittorino Andreoli

E' tempo di giocare, di immettere questo comportamento dentro la nostra esistenza. Giochiamo poco infatti, e per lo più abbiamo perduto la capacità di uscire dal mondo del concreto, del dovere, o meglio dagli imperativi indotti da questa nostra società, tutta esposta sotto l'insegna del successo, piccolo o grande, della corsa agli impegni, della competizione sfrenata e dunque faticosa.
Mi riferisco al giocare attivo che diventa «evasione» di tutta la persona, non solo al movimento degli occhi che inseguono un pallone o rispondono ad un quiz di cui altri sono i giocatori. Evasione da questo mondo che ha potenziato enormemente il ruolo della vista e ha invece azzerato il nostro tatto, l'odorato, il gusto. Il gusto sacrificato da un digiuno che ricorda quello degli antichi eremiti, attraverso diete che sanno di punizione.
Occorre entrare dentro il gioco che permette di sperimentare una dimensione nuova di sé.
È tempo di giocare, non per trasformare la nostra vita in una sorta di campo giochi, o in una fuga dal mondo che sa di follia, ma giocare per vivere.
Si ha l'impressione di stare in un tempo in cui tutti sono schiavi di se stessi, in cui tutti si sentono ingaggiati a raggiungere determinati obiettivi, in una gara che - se valutata globalmente - appare inutile, visto che si inquadra in una società in crisi.
In crisi la politica, l'economia, in crisi i rapporti interpersonali, modulati all'insegna della sfiducia e dell'insicurezza, in crisi i legami tra genitori e figli, una crisi di comunicazione resa ormai difficile come tra sordi.
Un tempo dove tutti siamo stressati perché tutto funzionerebbe poco e male. Per questo è tempo di giocare.

Il gioco è un comportamento che caratterizza l'intero l'arco dell'esistenza umana e ha come presupposto l'immaginario, la capacità cioè di rappresentare il mondo in modo diverso da come viene di solito vissuto. "Come se" diventasse regolato da leggi differenti da quelle che sperimentiamo comunemente. Situazioni che non appartengono al concreto, ma individuano un loro campo d'azione, e dunque sono anch'esse reali.
Il "come se" dell'immaginario è talmente reale da orientare i comportamenti. Quando i ragazzi giocano a "guardie e ladri", si comportano "come se" taluni fossero ladri che debbono fuggire e altri guardie impegnate nell'arrestarli, ma nessuno ha davvero rubato né fatto l'accademia di polizia e nessuno finisce in manette davanti al giudice.
Non si disputa alcuna partita vitale tra i contendenti, né si innescano sentimenti di paura-aggressività.
Eppure questi ragazzi corrono, inseguono, fuggono, tentano astuzie con grande foga per evitare di essere fatti prigionieri, e una volta "arrestati" possono e debbono tentare di evadere "come se" in palio ci fosse una posta vitale.
Per entrare in gioco basta cambiare i paradigmi dell'esperienza, dare una diversa sequenza temporale o una differente disposizione spaziale, perché ogni attività può diventare gioco in rapporto alle caratteristiche dei desideri e, dunque, nel riferimento tra esperienza sensibile e immaginario.
Il bambino che ha un ruolo concreto di figlio, gioca alla mamma e al papà. A nessuna madre viene voglia di fare un simile gioco, semmai scambierebbe la sua parte con quella dei mariti o dei single.
Il concreto e il fantastico si svolgono in successione, talora si mescolano, e dal loro confronto relativo, sorgono la percezione e la definizione di gioco di ciascuno e la contrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di gioco.

Ciò che per una persona è gioco, per un'altra può essere non-gioco o addirittura lavoro.
Ci sono pittori che giocano col computer e ingegneri che prendono in mano il pennello per divertirsi. Ciò che in una società, o in un determinato momento storico, è strumento di lavoro, di guerra o di conoscenza, in un'altra civiltà, o successivamente, può diventare immaginazione e gioco.
È la storia dell'arco. All'alba della civiltà strumento di caccia che moltiplica enormemente le possibil ità di sopravvivenza dell'uomo; nel Medioevo è artefice sui campi di battaglia della "rivoluzione militare" che segnò il tramonto della cavalleria feudale; oggi, reso inutile dall'avvento delle ben più efficaci armi da fuoco, sopravvive come sport con le sue gare, i suoi campioni, le sue squadre nazionali.
Il mondo dell'immaginario non è dunque irreale e nemmeno inutile.
La proprietà dell'immaginazione di pensare il mondo "come se" permette ad ognuno di calarsi in esso con ruoli e significati differenti da quelli dell'ordinario. Una fuga tanto più importante per l'equilibrio della persona, quanto minore è la gratificazione raggiunta nella routine di tutti i giorni. In altre parole, il "come se" dell'immaginario rende possibile un rapporto diversamente solo frustrante con la vita quotidiana. Il gioco è la messa in scena dell'immaginario e della fuga dall'esperienza sensibile; il suo territorio di sviluppo si colloca a cerniera tra il mondo esperito e quello desiderato; la sua utilità sta proprio nel porsi all'interno della dinamica tra concreto e immaginario.
Due realtà che si specchiano l'una nell'altra, creando immagini autonome, ma che non possono prescindere l'una dall'altra.
Il gioco dell'immaginario costruisce sempre una sorta di trama teatrale.
Si struttura cioè come una storia della quale siamo registi e autori, e nella quale consumiamo una metamorfosi "salvifica" che ci consente di trasformarci in ciò che non abbiamo mai potuto essere. Il gioco ci offre la possibilità di sentirci protagonisti di una storia importante.
È la grande occasione di fuga dall'esistenza e dai suoi condizionamenti e la prova che la vita si muove su due teatri. Il teatro del concreto e il teatro dell'immaginario. In scena mettiamo lo stesso copione e gli stessi attori, ma con ruoli opposti, potremmo dire speculari: l'ordinario diventa straordinario, l'uomo senza qualità diventa eroe.
La nostra vita - in buona sostanza - è un passaggio continuo, un continuo rimbalzo dal mondo de ll'esperienza oggettiva a quello dell'immaginario e viceversa. Nella dialettica tra questi due teatri esistiamo.

Abbiamo la possibilità di compensare immediatamente una dimensione di frustrazione. Quanti capiufficio sono stati presi a schiaffi nell'immaginario, e quanti eroi sono nati e morti nello spazio di un sogno ad occhi aperti. Il teatro del concreto e quello dell'immaginario vivono in una contaminazione reciproca fino a smarrire la nettezza dei propri confini.

Dal punto di vista dell'azione fisica e dei moduli di comportamento è difficilissimo tracciare una netta distinzione tra lavoro e gioco.
Gli atti motori e gli stati emozionali, per così dire la materia prima dei comportamenti della vita e del gioco, sono gli stessi.
I cuccioli che giocano alla lotta utilizzano moduli innati per la sopravvivenza, dando ad essi un significato diverso; i muscoli che l'operaio mette in azione in fabbrica sono gli stessi che agita la sera in discoteca; le capacità intellettuali e logiche che un manager applica nel suo lavoro sono le stesse che impegna nei rompicapo enigmistici o nella strategia degli scacchi.
Eppure lavoro e gioco sono due dimensioni che appaiono agli antipodi: il lavoro è fatica, il gioco riposo.
Tuttavia se volessimo quantificare la distinzione in base al consumo di energia, vedremmo assottigliarsi di molto la differenza: ci sono giochi che sotto il profilo dello sforzo richiesto, e quindi del dispendio di energia, sono molto più onerosi del lavoro.
Nel mondo animale si è notato che molti predatori nell'inseguire le loro vittime accusano una stanchezza superiore rispetto a quando compiono gli stessi movimenti per gioco o per periodi di tempo più lunghi. In questo caso si dice che la differenza sta nell'attività ludica dove è assente quella "tensione" che concorre a suscitare la fatica.

Nell'esperienza umana, poiché dopo otto ore passate davanti ad una macchina si è stanchissimi, mentre si esce riposati da una domenica trascorsa in discoteca dove il l ivello dei decibel non è inferiore a quello della fabbrica?
L'unica differenza è che in discoteca uno si costruisce la "fabbrica dei suoi sogni", vive in uno spazio immaginativo da protagonista.
Il gioco, in altri termini, è la messa in scena dell'immaginario, la sua rappresentazione avviene negli stessi luoghi e all'interno delle stesse relazioni interindividuali e sociali del mondo concreto.
Una sorta di "Lego" dove i moduli sono gli stessi, ma cambia il loro significato perché ne viene modificata la sequenza, la scala dei valori, e dove i colori diventano quelli dei desideri e delle aspettative spesso frustrate dalla realtà quotidiana.
Potremmo definire l'immaginario come l'elaborazione delle esperienze sensibili, del vissuto individuale, dei condizionamenti forniti dalle relazioni e dai ruoli sociali, secondo leggi che non sono quelle logico-razionali, o del profitto, ma quelle del mondo magico, del "mondo alla rovescia".

In questa dimensione il gioco non è un'attività legata ad una particolare età (l'infanzia), è piuttosto una funzione costante che percorre tutto l'arco della nostra vita. Una valvola di sicurezza che permette di compensare lo scarto tra desiderio ed esperienza vissuta. Il gioco è dunque una necessità, guai se non ci fosse. Permette di mantenere un rapporto positivo con l'andamento della vita.

L'immaginario e il suo teatro dilatano tanto i loro confini, quanto più il vissuto quotidiano si presenta ripetitivo, scontato, incapace di offrire occasioni di protagonismo.
Insomma il gioco si pone come terapia delle molte tensioni che il mondo concreto pone, e proprio per questo mi preoccupo a che noi tutti giochiamo, magari poco, ma lo facciamo.
E non ci limitiamo all'illusione di farlo, quando invece seguiamo soltanto mode che non pescano dentro le nostre attitudini e i nostri desideri.

Da Avvenire 16.9.2003

Torna all'indce 'Sul Gioco'