|
|
|
|
|
apertura
 |
| |
Sono ormai molti i giornali scritti
ed editi dentro il carcere. Chi li fa, e
perché
Ultimissimedal mondo dei ristretti
L'editoria «minore»
in Italia ha anche una sua branca attiva fra gli oltre 55mila
reclusi in carcere. Testate singole e coordinamenti regionali
e nazionali fra «redazioni» sono al lavoro in gran parte degli
istituti di pena per dare professionalità ai detenuti e
informare chi sta fuori EMANUELE
BISSATTINI
Immaginate il lunedì mattina di una qualunque
redazione di giornale: la gente entra e esce, i telefoni suonano,
le e-mail arrivano e ripartono, i fax sono continuamente in
funzione. Ora riversate quella stessa redazione all'interno
del carcere di San Vittore o in quello di Rebibbia: una sola
telefonata al mese da richiedere per iscritto e con un certo
anticipo, visite solo se autorizzate, con limiti precisi per
frequenza e durata, pochi mezzi a disposizione e nessun accesso
ad internet.
Si possono scrivere lettere, controllate da e per l'esterno,
i ritmi ed i tempi sono quelli imposti dall'amministrazione
penitenziaria, che stabilisce orari di visita, di mensa, per
i colloqui mensili.
Eppure i giornali carcerari esistono e sono tanti: circa 60
pubblicazioni scritte in tutto o in parte all'interno di case
di reclusione, di case a custodia attenuata (per tipi di reato
specifici o per particolari categorie di detenuti, donne o minori),
di Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Il primo di questi
giornali, La Grande Promessa, del carcere di Porto Azzurro
(Isola d'Elba), nasce nel 1951. Dal dicembre del 1999 sono raccolti
nel Coordinamento informazione giornali del carcere,
curato dall'associazione fiorentina di volontariato Pantagruel,
di Giuliano Capecchi, che tra l'altro edita da più di 15 anni
un proprio giornale, Liberarsi dalla necessità del carcere
(circa 3000 copie a offerta libera, da un po' di tempo a questa
parte esce irregolarmente), e collabora con il giornale della
casa di reclusione di Massa Carrara, il Ponte, che per
i primi tre anni di vita editoriale su sette è stato un supplemento
di Liberarsi.
Coordinare 60 realtà carcerarie non è semplice. «Esistono precise
difficoltà a realizzare e rendere incisivo un coordinamento
di 60 giornali carcerari così diversi tra loro - dice il presidente
di Pantagruel - anche di carattere logistico. Non è così
semplice riuscire a fare un convegno. E poi mancano i fondi:
abbiamo ottenuto il nostro primo e unico finanziamento quattro
anni fa. Meglio del coordinamento nazionale funzionano quelli
locali, come quello della Toscana (delle 60 testate del coordinamento
15 sono toscane) o del Nord - Est, che raccoglie le esperienze
venete e lombarde».
Altro problema, i direttori. «Esistono giornali carcerari in
cui il direttore è un esterno e giornali in cui coincide col
direttore del carcere. Noi siamo più favorevoli alla prima formula,
che garantisce molta più autonomia».
Ecco alcuni dei più rappresentativi giornali carcerari italiani.
Il Due. Da piazza Filangeri 2, dove si trova il carcere
di San Vittore, i detenuti vogliono uscire. Se non con il corpo,
almeno con la mente. Ed il net-magazine dell'istituto (www.ildue.it)
è per almeno 12 di loro, del primo raggio, sezione penale, terzo
piano, una buona occasione.
Dice Emilia Patruno, 46 anni, ex di Lotta continua ora
giornalista di Famiglia Cristiana, direttore de Il
Due e proprietaria del dominio internet del giornale: «Vivere
include il confronto con l'altro. E in carcere la società ti
ha escluso, la famiglia non la vedi, la struttura carceraria
è pazzesca, i suicidi sono 16 volte superiori rispetto all'esterno.
Il sito, per i carcerati che ci lavorano, è la possibilità di
trovare un senso per i giorni che passano che altrimenti non
c'è». Il Due nasce in versione telematica 5 anni fa (il
precedente periodico cartaceo, Magazine Due, non esce
più da due anni, dopo averne passati in attività più di sette),
in prima battuta sul portale Clarence, poi da solo.
Ora ha una media di 1000 passaggi al giorno e una struttura
estesa: notizie da e per il carcere, forum, testimonianze, sondaggi.
La redazione cura anche una rubrica mensile su Terre di Mezzo,
il giornale di strada di Carlo Giorgi. Il Due funziona
anche da punto vendita per altri prodotti realizzati entro San
Vittore, come cd-rom culinari (titolo: avanzi di galera)
o modellini 15 per 15 delle celle di San Vittore realizzati
da un assiduo lettore de il manifesto, Sisto Rossi.
L'idea del sito, finanziato dall'associazione di volontariato
Il Due, appositamente creata dalla Patruno insieme con
Emilio Pozzi, ex Radiorai ora insegnante di storia del
teatro all'università di Urbino, e dalla webmaster Elisabetta
Rossini, è quella di stabilire un rapporto tra detenuti e società,
e viceversa.
«Mostrare all'esterno il carcere per quello che realmente è,
e allo stesso tempo far vedere a chi sta fuori che i detenuti
non sono subumani, ma persone normali», dice la Patruno. Per
riuscirci i detenuti ci lavorano almeno due ore al giorno, riversando
quei contenuti che non possono immettere direttamente in rete
su cd-rom con cui poi Guido Conti, articolo 21 (cioè un detenuto
che svolge un'attività lavorativa esterna), aggiorna il sito.
Ristretti Orizzonti. I Ristretti, nel linguaggio
burocratico carcerario, sono i detenuti. Perciò il periodico
del Carcere Due Palazzi di Padova vuole «allargare gli orizzonti
dei Ristretti». Il giornale esiste in versione cartacea dal
1998 - bimestrale, 2000 copie di tiratura - e dal settembre
2001 in internet (www.ristretti.it), con 3000 pagine di ipertesto
e una media di 5000 contatti al mese. Ci lavorano 22-24 detenuti
del Due Palazzi e 10 donne dell'istituto penale femminile La
Giudecca, di Venezia, per 5 ore al giorno. «Abbiamo la struttura
di un vero e proprio giornale - dice Ornella Favaro, coordinatrice
redazionale ed anima di Ristretti Orizzonti, anche lei
ex Lotta Continua, ora responsabile di un centro di documentazione
interscolastico che raccoglie diverse scuole di Padova - con
un responsabile per la redazione interna, una segreteria di
redazione, i responsabili del sito e gli altri. E la nostra
professionalità è stata acquisita tutta dentro il carcere, coinvolgendo
gli enti di formazione adatti. Curiamo tutto noi, dalla grafica
all'impaginazione».
Il giornale appartiene ad un'associazione di volontariato esterna
al carcere, Il Granello di senape, e vive dei contributi
del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per
la tipografia, della regione, e degli abbonamenti, 13 euro l'anno.
Il giornale ha due anime: da un lato le testimonianze di un
mondo altrimenti isolato, quello del carcere, dall'altro informazione
utile, tanto ai detenuti - le «Pagine salvagente», con gli indirizzi
di cooperative sociali, di reinserimento lavorativo, di sportelli
informativi - quanto agli esterni, con i centri di documentazione,
le «cronache dall'interno» di Adriano Sofri o le interviste
a magistrati, a presidenti di cooperative, a scrittori, come
Errico Deaglio o Carlo Lucarelli. Interviste fatte anch'esse
da detenuti, per lettera, a meno che, precisa Ornella, «non
vengano loro».
Ragazze Fuori. Il trimestrale della Casa a Custodia
Attenuata Femminile di Empoli è l'unico in Italia tutto al femminile.
Sono 23-24 le donne che compongono la redazione, tutte con problemi
legati alla tossicodipendenza, e una donna di 36 anni, Barbara
Antoni, professionista prima in forza all'Unità e poi
al Tirreno, ne è il direttore. Il giornale di Empoli,
che nasce nel 1998, è anche l'unico che abbia alle spalle non
una comunità o il ministero della giustizia, ma il comune, che
lo finanzia interamente e lo sostiene: due delle ragazze che
componevano la redazione, Patrizia Tellini e Antonella Di Stadio,
hanno trovato lavoro proprio nelle sue strutture, Patrizia nell'ufficio
stampa. Ragazze Fuori esce in 2000 copie, 1000 per un
indirizzario mirato e 1000 per la diffusione, gratuita, su territorio.
È un giornale con obiettivi e caratteristiche particolari: «Hanno
molto spazio le storie delle ragazze - spiega il direttore -
e poi singoli approfondimenti: in questo numero sulla pace,
prima ci siamo occupati di tossicodipendenza o lavoro in carcere.
Il giornale vuole da un lato attenuare l'impatto con l'esterno
quando le ragazze escono, dall'altro aumentare la comprensione
di chi sta fuori verso chi sta dentro».
Il filo d'Arianna, Anagramma. Il Filo d'Arianna
è il periodico del carcere a custodia attenuata per le tossicodipendenze
di Eboli, Anagramma di quello di Lauro. Entrambi i giornali,
trimestrali - 1000 copie di tiratura diffuse a mano per il primo,
attivo da quattro anni, 500 per il secondo, che invece è al
secondo numero - hanno lo stesso coordinatore redazionale, Beppe
Battaglia, dell'associazione di volontariato Il Pioppo,
che si occupa di tossicodipendenza e marginalità in genere.
Al Filo d'Arianna lavorano 4-5 detenuti, ad Anagramma
15. in entrambi i casi il contenuto e la struttura del giornale
vengono discussi insieme, due volte la settimana, in riunioni
collettive coordinate da Battaglia. Che si dice soddisfatto
del risultato. «I nostri giornali li progettiamo insieme. Progettare,
pensare, sono elementi che compongono la dignità di una persona,
la sua integrità. In carcere di norma i progetti vengono calati
dall'alto, vissuti come un corpo estraneo e portati avanti per
opportunismo. Se tu invece riconosci la dignità delle persone,
le rendi di nuovo capaci di pensare-progettare-eseguire, ottieni
dei risultati veramente straordinari».
| |