Un «viaggio» nel penitenziario
organizzato dal giornale «Terre di mezzo», per conoscere la
redazione del giornale Ildue.it
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| La redazione del giornale
Ildue.it |
Una serie di
tavoli da 8-10 persone, un bancone tipo self-service dove
prendere da mangiare e tanto chiasso. Così nei film
americani vengono descritte le mense delle carceri. E così noi
le immaginiamo. Tutto falso? Di certo
non è il caso di San Vittore: qui la
mensa non esiste. Al suo posto c'è un «carrello», come
lo chiamano i detenuti, pieno di mangiare.
Uno scaldavivande
tipo quelli degli ospedali, ma molto più vecchio e con
le ruote che non girano. «Il segreto per guidarlo - spiega
Ivano, 42 anni, altri 3 di pena da scontare - è mettere una
mano sopra e l'altra di fianco per tenerlo sotto controllo.
Fatto questo, bisogna andare nelle celle, spesso passando da
un piano all'altro a piedi e dovendo trasportare un peso
enorme, perché il montacarichi è quasi sempre rotto».
Una fatica
inutile, dato che «il cibo fa così schifo che nessuno lo
vuole. Il pollo fuori sembra croccante, mentre quando
lo apri è tutto rosso. Poi ci danno un pesce senza testa né
coda che è sempre crudo. E la sbobba sapete cos'è? Una specie
di brodo che in realtà è acqua sporca. Ci sarà dentro un
semino. Quando passi nei corridoi tutti ti urlano dietro di
dare quella roba a qualcun altro. Basta sentire l'odore che ha
per farti passare la fame».
Insomma, alla fine il pasto offerto
dall'amministrazione carceraria viene quasi tutto buttato
via: «Chi non ha nessuna alternativa è costretto a
mangiarlo, è ovvio, ma per il resto ci arrangiamo col "pacco
da casa", cioè con
quello che ci portano le nostre
famiglie (al massimo 5 chili di cibo e 15 di vestiti al
mese, senza differenze tra estate e inverno; ndr),
oppure con la spesa (non più di 105 euro alla settimana tutto
compreso; ndr)».
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| Il carcere di San
Vittore |
DENTRO IL CARCERE
- Sono state queste le prime battute dell'
incontro
organizzato da Carlo Giorgi, direttore del giornale di strada
«Terre di mezzo» (
www.terre.it),
con la
redazione de «Il due» (
www.ildue.it),
magazine online nato circa quattro anni fa su iniziativa della
giornalista di «Famiglia Cristiana»
Emilia Patruno e
redatto da alcuni
detenuti di San Vittore. Sono le 15 di sabato 10
maggio. Da una parte c'è il pubblico: una trentina di persone
circa piene di domande e di curiosità sulla vita carceraria.
Dall'altro
ci sono una decina di galeotti desiderosi di comunicare a chi
sta fuori quanto sia difficile sopravvivere dietro le
sbarre. Per questo partecipano alla realizzazione del
sito Internet: «perché mi piace scrivere, mi piace raccontare
quello che provo, quello che ho dentro», dice uno; «perché ho
voglia e bisogno di comunicare con l'esterno», dice un altro;
«perché scrivere è bello, è come un'architettura, come un
disegno che si forma attraverso le parole»; «perché è bello
poter comunicare le nostre idee su ciò che accade nel mondo»…
E così via.
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| La mappa di San
Vittore |
«AVANZI DI
GALERA» - Il fatto che il primo argomento toccato sia
stato il cibo non è un caso: a breve
«Il Due» distribuirà un cd-rom
intitolato «Avanzi di galera» contenente una serie di ricette
culinarie. Un esempio? «Cavolfiore nel cellone»: è
stata la prima cena di Pino a San Vittore.
L'idea è di
partire dal cibo per far conoscere la realtà carceraria a chi
sta fuori. Una realtà in cui, affermano i detenuti, «se
devi farti un po' di anni qui dentro e sei costretto a campare
con quello che ti dà la struttura, ovvero, per esempio, un
pezzo di formaggio da 25 grammi con una scodella di brodaglia
a mezzogiorno e due uova la sera, non vivi». Commenta la
Patruno:
«E' giusto che chi ha sbagliato debba pagare, ma il termine
pagare può essere interpretato in maniera diversa a seconda
dei punti di vista.
La pena deve, o almeno dovrebbe,
avere dei limiti, dovrebbe rispettare la dignità della
persona. Attività come quella che portiamo avanti col
sito, ma anche quella del
Gruppo della Trasgressione diretto
dallo psicologo Angelo Aparo, consentono a chi sta in
prigione di sentirsi vivo, di non essere più soltanto un
numero di cui la società si è dimenticata. Se abbiamo scelto
di incentrare il cd-rom sul cibo è
perché in prigione mangiare è
l'unico istinto carnale che puoi soddisfare, al punto che
diventa quasi un pensiero fisso».
OSSESSIONE CIBO -
I detenuti confermano. Dino racconta di quando stava
nell'istituto penitenziario di Parma ed era stato proibito
l'acquisto di banane perché dei ragazzi ne avevano fatte
marcire due: «
Quando mi hanno trasferito mi sono
abbuffato di banane. Mi era venuta l'ossessione». C'è
anche chi alla qualità dei pasti di San Vittore e in
particolare alla famosa «sbobba» ha dedicato una poesia. E' un
signore sui 60 anni, forse più. La recita, finendo con un bel
«tié» mimato a dovere.
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| L'interno di San
Vittore |
LE EMERGENZE
- «In redazione - sostiene la Patruno - c'è molta
voglia di fare, ma soprattutto di giocare». Anche se poi un
detenuto interviene per sottolineare che non per tutti è così:
«
Noi siamo
fortunati perché siamo nella sezione penale, nella parte del
carcere in cui si sta meglio (dove sono ubicati
solo 70 dei 1800
detenuti di San Vittore; ndr). Qui puoi avere una cella
tutta per te, anche se piccola, e girare per i corridoi. Ma
nei raggi vivono in sei o sette in celle di quattro metri per
quattro e devono starci 23 ore al giorno». Dice Dino: «
Per partecipare ad
attività come quella del giornale devi avere la forza. Non
tutti ce l'hanno, alcuni se ne stanno chiusi in cella tutto il
giorno rinunciando persino all'ora d'aria. La
situazione delle carceri italiane è disastrosa.
C'è
sovraffollamento e la soluzione non è certo quella di
spostare i detenuti da una sede all'altra perché così non si
fa che trasferire il problema senza eliminarlo». Interviene
Ivano: «
Non
c'è lavoro: al massimo lavoriamo due mesi all'anno, veniamo
pagati l'equivalente di due ore al giorno anche se ne
facciamo dodici e non abbiamo scelte. A parte 40-50 persone
che lavorano per cooperative esterne, gli altri fanno le
pulizie, i portantini, si occupano della spesa». E continua:
«
Non si fa
niente per il nostro recupero né per il reinserimento di chi
esce.
Ci sono figli di carcerati che
invece che essere affidati ad istituti o simili vivono qui
(uno dei motivi per cui è stata fondata l'associazione
Bambini Senza Sbarra; ndr)».
Più si parla, più viene fuori
il peggio. Ma sono le 17.30: il tempo è scaduto. Marcello, 75
anni, 34 trascorsi in galera, ci segue fino a una delle
infinite porte che dividono le celle dall'ingresso principale
di San Vittore. «Esci con noi?», scherza la Patruno. «No -
risponde scuotendo la testa -, ho un po' di roba da fare».
Ride, ma è un riso amaro.