Roma, 30 gennaio 2005
Cara Emilia, cari amici, cari tutti voi de Ildue.it,ci siamo.
La sit-com "Belli dentro" andrà presto in onda su Canale 5
e la
fase di elaborazione di quel progetto, o meglio, di quel primo embrione di
progetto concepito insieme un anno e mezzo fa, può dirsi conclusa: la
sit-com è nata e affronterà il pubblico. Avevo paura che non accadesse,
ho
temuto di trascinarvi in un meccanismo di lavoro, in un investimento
emotivo che - come spesso accade nel mondo dello spettacolo - avrebbe potuto
non
avere nessuno sbocco. E invece il progetto ha viaggiato verso la sua
realizzazione con una velocità rara, imboccando subito i bivi giusti
e
raccogliendo a ogni stazione suggerimenti e contributi che l'hanno
arricchito, fortificato, migliorato. Insomma, adesso non appartiene più
soltanto a noi, ma a tutti coloro che ci hanno creduto e ci hanno
lavorato, che l'hanno prodotto e interpretato, e a tutti gli spettatori che
lo
vedranno. Che cosa accadrà non lo so. Come si fa con i figli quando sono
cresciuti, ci si limita ad aprire la porta di casa e a lasciarli andare:
"Belli dentro" è ormai un programma forte, in grado di uscire
incontro
alla sua avventura.
Ma prima che questa porta si apra e che diventiamo noi stessi spettatori
curiosi di un altro inizio, di un'altra storia, vorrei cogliere
l'occasione per raccontarvi alcune mie impressioni e riflessioni.
"Belli dentro" senza di voi non sarebbe mai esistita. Non tanto perché
ci
abbiamo pensato insieme e perché mi avete insegnato a penetrare la
dimensione del carcere, quanto perché voi costituite la realtà
che dà
legittimazione e ispirazione al programma. Ve lo dico sinceramente: io
sono uscita da San Vittore quel giorno dell'ottobre 2003 con una luce nel
cuore, un faro nella nebbia, un'emozione che - tutti gli scrittori la conoscono
-
aveva la coloritura di quei particolari e pericolosi bagni nell'inconscio,
esaltanti come sbronze e inaffidabili come canne, da cui si può riemergere
più scemi di prima oppure in grado di afferrare uno dei miliardi di
bandoli
che legano l'universo.
Ci ho messo un po' prima di capire perché il gemellaggio carcere/sit-com
risultasse così intuitivamente attraente e perché mi sentissi
così libera
di concepire un prodotto comico su una realtà dolorosa senza avvertire
il
minimo scrupolo di offendere o fare torto a qualcuno. Se fossi riuscita a
chiarirlo a me stessa, sarei riuscita forse a comunicare allo spettatore
questa stessa libertà e a permettergli di goderne.
Ebbene, alla fine, la faccenda mi è apparsa semplice: tutti noi esseri
umani
abbiamo un carcere dentro al cuore e tutti i giorni ci mandiamo qualcuno.
È il meccanismo della vita, un meccanismo di sopravvivenza legato ad
una
continua scissione, che ci costringe a scegliere ogni momento una strada e
ad abbandonarne un'altra: a legittimare l'affetto per un marito - per
esempio - e a mettere in attesa (nelle celle di transito) la passione per
un
amante, oppure a scegliere l'amante e a legare (arrestare) la virtù
coniugale. Abbiamo tutti un dentro e un fuori e in questo dentro vivono -
detenuti -emozioni, sentimenti, rimpianti ai quali raramente concediamo di
uscire, ma che continuiamo ad alimentare perché fanno parte di noi e
ci
servono per identificare un passato, concepire un futuro e sopportare il
presente. Tutti noi, tutti i giorni, conviviamo con l'errore, con la
punizione, con la necessità di mantenere un ordine: tutti noi siamo
insieme case calde e freddi carceri, società civile e apparato militare,
abbiamo
orari da rispettare e ore d'aria da godere, siamo agenti e detenuti. La
vita del carcere può permettere di raccontare davvero il nostro quotidiano
da
un' ottica più profonda e più sincera. La società non si
ferma alle mura del
carcere, lo comprende.
Se l'idea era tanto semplice perché nessuno ci aveva pensato prima? Forse
perché a me, a noi, è capitata una cosa strana. Io avevo un problema
(la
credibilità di un soggetto) e l'ho portato a voi. In genere chi viene
da
voi, fa qualcosa per voi. Invece voi mi avete ascoltato e avete fatto
qualcosa per me, mi avete risposto come professionisti competenti in
materia. Ci siamo incontrati in un carcere, in un modo libero dalle
convenzioni stesse del carcere. Quando la gente mi chiede, sorpresa e un
po' scandalizzata, come mi è venuto in mente di far ironia sui detenuti,
io
vorrei poter mostrare le vostre facce quando vi ho avvertito ("Badate,
che
si tratta di prendervi in giro per far ridere qualcun altro, non per
parlare di voi o farvi propaganda.") e i sorrisi che sono sorti immediati
in
risposta, le bocche che tiravano su le guance e gli occhi luminosi,
divertiti alla prospettiva, come la promessa di un regalo.
Dunque è perché voi esistete, perché sapete prendervi in
giro e perché il
nostro incontro è stato così fortunatamente scevro di pietismi
e
sentimentalismi che "Belli dentro" è legittimato a far ridere
e nasce per
far ridere tutti.
Far ridere non vuol dire raccontare balle, buttarla sulla cialtroneria,
annullare i problemi. Al contrario: l'ironia consente un passaggio fluido
e forse più corretto dell'informazione, perché mostra un problema
e ne fissa
con una risata la reazione.
Così vi ho bersagliato di domande per riempire "Belli dentro"
di quanti
più dati di realtà possibile, a partire dalla scenografia, per
finire alle
vicende, ai comportamenti.
È ovvio che con altrettanta passione per la verità, ci siamo presi
delle
libertà - sul set - che non appartengono alla realtà carceraria.
Intanto
perché spesso mentendo, esagerando, forzando, la verità esce fuori
meglio
e poi perché l'obbiettivo era costruire un valido prodotto di finzione
e non
un documentario. Io credo che "Belli dentro" rappresenti la vita
quotidiana di un carcere con un'approssimazione vicina al 90%. A voi, eventualmente,
di riempire quel 10% con precisazioni sul vostro sito.
Ma c'è un'ultima cosa che mi ha colpito e che vorrei dirvi. Io non so
nulla dei reati che vi sono stati imputati, non vi ho mai chiesto perché
siete
stati condannati e non mi interessa. Non è che non mi interessa perché
non
potrebbe essere interessante: non mi interessa perché non mi riguarda
e
perché - incontrandovi - non ho avvertito fra noi questa dimensione come
un problema da affrontare. Me ne sono stupita. Dov'era finita la dimensione
del crimine?
Passando di porta in porta, alla mia prima visita, è stato un agente
a
ricordarmi la prudenza: "Ha la borsa aperta, stia attenta." Ecco dov'era
finita quella dimensione. Su di loro. Gli agenti della Polizia
Penitenziaria, che non sono dentro al carcere perché accusati di reati,
sono invece quelli che - rappresentando il controllo - rappresentano il reato.
È la loro presenza a rendere voi innocenti, è il loro carico di
responsabilità a consentire a voi la sfrontatezza degli adolescenti.
E questo al di là
delle motivazioni e del carattere di ciascuno.
Quando poi è partita la fase di scrittura di "Belli dentro",
mi sono
accorta che il meccanismo comico tendeva spesso a concentrarsi sugli agenti
e a
trasformarli in macchiette, nonostante risultassero caldi, umani e
simpatici come i detenuti (ai quali peraltro non è stato risparmiato
niente). Ma
perché questo meccanismo - mi sono chiesta - viene spontaneo, funziona
così bene, è così potente ed efficace e dunque irrinunciabile?
Mi è venuto in
aiuto Collodi e la lezione del suo Pinocchio. Pinocchio è un burattino
perché è un bambino inventato: intagliato nel legno, innaturale,
figlio di
un desiderio di un figlio vero. Modello, illusione, costruzione mentale
senza speranza, destinata al fallimento: Collodi - fosse per lui -
l'avrebbe lasciato impiccato. Quando gli esseri umani cercano di correggere
la vita,
inventano, come Geppetto, delle leggi che - per quanto possano essere
buone - sono sempre relativamente rigide e stupide, rispetto alle infinite
variabili della vita, come burattini rispetto ai bambini. Chi deve far
eseguire la legge, finisce per rappresentarla e dunque per patirla, nei
suoi limiti burattineschi, più delle persone a cui quella stessa legge
si
rivolge che hanno invece l'alternativa della ribellione. La comicità
è una specie
di missile "intelligente" che va in cerca di ciò che risulta
ridicolo e lo fa
esplodere. È per questo che, scrivendo "Belli dentro", l'abbiamo
sentita
puntare spesso gli agenti: perché la loro trasformazione in burattini
é un
meccanismo che prescinde assolutamente da loro, dalla bontà della legge
che rappresentano, dai successi che ottiene, dalle qualità della persona
che
la fa eseguire. È un meccanismo autonomo, vitale perché la vita
- anche
attraverso la comicità - ha bisogno di attaccare la non vita dovunque
la
individui, anche nelle cose giuste.
Insomma, questo ho imparato: che quello che alla fine non perdoniamo a noi
stessi (e che per questo si ribalta addosso all'autorità e che per questo
l'autorità respinge al mittente) è di essere incapaci di modificare
noi
stessi, almeno secondo le nostre aspettative, di creare la vita migliore
che vorremmo, d'inventare burattini vivi, di diventare dio. Il limite della
vita è la vita stessa. Sono queste le mura del carcere.
Poi ci sono anche quelle di San Vittore, ma è tutta un'altra storia,
quella che io non so e che non mi riguarda.
Vi abbraccio, a presto
Giovanna