San Vittore, 5
giugno 2003
I
tagli decisi nell'ultima finanziaria alla spesa pubblica si cominciano a sentire,
come è ovvio, in tutti i settori sensibili in questo periodo.
La situazione che si profila drammatica per molti cittadini in carcere assume
toni ancora di più forzati, in quanto l'essere detenuti rende più vulnerabili
rispetto a coloro che sono liberi di agire e reagire.
Infatti noi qui non abbiamo la possibilità di acquistare i farmaci, non perché
ci sia qualche legge che ce lo vieta, ma per il semplice motivo che non abbiamo
le risorse finanziare necessarie.
I pochi fortunati che lavorano destinano quel poco che guadagnano (possiamo
orientativamente dire che le remunerazioni si assestano su una media di 300
euro al mese) ai bisogni primari, il mangiare e le sigarette.
In ogni caso sarebbe una realtà non pertinente: se uno ha problemi di salute
difficilmente è nella situazione di potere lavorare, in quanto i lavori disponibili
qui in carcere necessitano quasi tutti di una "buona salute".
Credo
che anche fare discorsi altisonanti in riferimento al "diritto inviolabile alla
salute…" così bene definito nella nostra Costituzione lasci un poco il tempo
che trova. Alla stessa maniera ritengo inutile sprecare parole per dimostrare
come un'evenienza del genere non si dovrebbe assolutamente verificare, è così
evidente che non vi è possibilità di dialogo.
Di fronte a questo contrasto appare chiaro che il problema conduce ad un aporia,
e invita a riflettere essenzialmente su due punti:
1°)
I diritti garantiti dalla nostra "Costituzione" sono stati riconosciuti con
eccessiva magnanimità e quindi è necessario rivisitarli in senso restrittivo.
2°)
Quanto è lecito mantenere tali diritti come acquisiti (situazione che permette
di sanare in un certo qual modo le differenze sociali tra gli individui)?
Non sarebbe meglio ammettere l'impossibilità di rendere tutti i cittadini di
uguale importanza?
Partendo da questo ultimo punto credo che non si possa non riconoscere le differenze
che ci sono tra gli individui, dovute essenzialmente alle rispettive condizioni
sociali: nella sanità, nella giustizia, nella scuola, nella politica.
Insomma
in ogni settore si nota come le pari opportunità - non dico il comunismo - non
siano più neanche di riferimento.
La possibilità di scegliere appartiene sempre di più solo a chi se la può permettere.
Questo - che però potrebbe apparire un rilievo poco importante - non lo è di
fatto: infatti esso incrina il patto sociale tra le varie classi che compongono
il paese.
E' bene ricordare che è quel patto a consentire il riconoscimento dello "Stato",
è da esso che discende la supremazia della "legge" al di sopra di tutto e tutti,
e quindi il dovere assoluto di rispettarla.
Se quel patto viene incrinato è la Democrazia a risentirne; e allora come è
possibile riconoscere una parte maggioritaria che non permette a chi minoritario
di soddisfare almeno i bisogni primari dell'essere umano?
Infatti la legge è fatta dagli uomini, non è divina, quindi contempla giustamente
e legittimamente gli interessi delle classi che ottengono la maggioranza politica,
ma questo dovrebbe avvenire all'interno dei principi cardine della nostra "Costituzione".
Se
la maggioranza ha come obiettivo il proprio interesse, da perseguire con una
linea politica, non dovrebbe dimenticarsi che del proprio interesse fa parte
anche il dovere di soddisfare e garantire i bisogni essenziali di tutti.
Quella che può essere perseguita come una linea politica che porterà più benessere
non può esordire scardinando quelle leggi che garantiscono il soddisfacimento
dei bisogni primari senza approntare un'alternativa adeguata.
Non
si può farsi padroni degli onori e dimenticarsi gli oneri!
Questo non toglie che - laddove vi siano sperperi pubblici - essi vadano eliminati,
ma certo il metodo non può essere quello di individuare i confini reali del
bisogno tagliando indiscriminatamente per vedere se ci sarà o no un urlo di
dolore.
L'unica speranza è che all'urlo di dolore si ripristini il necessario.
Di
fatto si stanno lasciando intere classi sociali fuori dalla comune convivenza
ad elemosinare ciò che dovrebbe loro appartenere per il solo fatto di esistere.
Non è mia intenzione spargere pessimismo, ma non credo che tutto questo porterà
a cose buone.
Per questo motivo termino, augurandomi che se si ritiene che i " Diritti Costituzionali"
siano eccessivi, che non vi sia possibilità di garantire la medesima importanza
agli esseri umani in quanto esseri umani, si abbia almeno l'onestà intellettuale
di aprire un dialogo che porti alla modifica della Costituzione, in modo che
siano chiari quali sono i diritti e i doveri di ognuno: almeno, a quella che
a me pare un'ingiustizia non si unirà la confusione che oggi rende impossibile
comprendersi.