da
il Manifesto di Stefano Liberti
Tripoli, 20 dicembre 2006
Condannati
a morte il medico palestinese e le cinque infermiere bulgare accusati
di aver infettato centinaia di bimbi di Bengasi con il virus dell'Hiv.
L'Ue: «Sentenza choc»
Alla fine li hanno condannati a morte.
Le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese in carcere
in Libia dal '99 con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Hiv
426 bambini - 53 dei quali sono morti nel frattempo - all'ospedale
di Bengasi sono stati riconosciuti colpevoli.
Alla lettura della sentenza, nel tribunale di Tripoli, i condannati
sono scoppiati in lacrime.
Quando sono stati portati fuori, hanno assistito ai festeggiamenti
dei parenti delle vittime, che hanno accolto la decisione con balli
e canti.
La difesa ha già annunciato che ricorrerà alla Corte
suprema.
Sbocco di un processo lunghissimo, già annullato una volta
nel 2005, la sentenza di ieri segna un vistoso stop nel percorso
di normalizzazione con l'Occidente intrapreso da un paio d'anni
a questa parte dal colonnello Gheddafi.
Sdegnate sono infatti arrivate le reazioni da Bruxelles e da tutto
il mondo.
Il
commissario per la giustizia e gli affari interni Franco Frattini
si è detto «scioccato», auspicando una revisione
del processo.
La commissaria per le relazioni esterne Benita Ferrero - Waldner
si è spinta oltre: «Semplicemente non possiamo accettare
questo verdetto e ci auguriamo che della questione sia investita
un'istanza più alta».
Anche il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema si è
detto «profondamente turbato» dalla sentenza.
Il premier Romano Prodi ha espresso il proprio sgomento.
La Casa bianca si è dichiarata «dispiaciuta»
per la decisione.
Ma tutte queste critiche sono state prontamente rinviate al mittente.
«La
Libia non prenderà in considerazione questi pressioni, sia
che vengano dall'America, dall'Europa o da qualsiasi altra parte
del mondo», ha detto il ministro degli esteri della Jamahiriya
Abdurrahman Shalgham.
«Nessuno, nemmeno il nostro leader Gheddafi, può
intervenire nel corso della giustizia», ha aggiunto l'ex ambasciatore
a Roma, oggi responsabile dei rapporti con l'estero.
La storia del processo agli untori comincia nel 1999, quando le
autorità libiche non riescono più a nascondere la
diffusione di casi di Hiv tra centinaia di bambini di Bengasi.
Di
fronte alla rabbia popolare, vengono subito identificati i colpevoli:
alcuni lavoratori stranieri all'ospedale della capitale della Cirenaica
sono arrestati con l'accusa di aver inoculato il virus nei bambini
per «attentare allo stato libico».
Alla fine vengono incriminati un medico palestinese e cinque infermiere
bulgare.
La tesi del complotto dall'esterno si fa subito strada, tanto da
diventare certezza.
Le autorità libiche, talmente convinte della fondatezza di
quest'accusa, si affidano a due studiosi di fama internazionale
- il virologo francese Luc Montaigner e l'italiano Vittorio Colizzi
- per fornire le prove scientifiche che inchioderebbero gli accusati.
Ma questi, dopo varie missioni sul campo, sostengono tutto il contrario:
l'infezione è dovuta alle pessime condizioni igieniche dell'ospedale
di Bengasi.
Il loro rapporto viene rapidamente archiviato e nel maggio 2004
i sei imputati sono condannati a morte per fucilazione. La condanna
non diventa però mai operativa: un anno e mezzo dopo, la
Corte suprema decide di annullare il processo. Tutto sembra far
pensare che la «storia degli untori» sia destinata ad
andare a buon fine, nel contesto di una Libia sempre più
ansiosa di normalizzare i suoi rapporti con l'Occidente e l'Europa,
dopo l'embargo ventennale a cui è stata sottoposta.
Ma, tra la sorpresa generale, quando il dibattimento riparte, le
evidenze scientifiche fornite dalla comunità accademica e
dal rapporto di Colizzi e Montaigner non vengono neanche prese in
considerazione.
Fino alla decisione di ieri.
Ora seguirà l'appello alla Corte suprema.
Difficile
prevedere come si pronuncerà, considerato che ha già
annullato il processo una volta.
Più facile sembra prevedere che le sentenze non saranno mai
eseguite.
Dopo la prima condanna, la Libia aveva già chiesto un indennizzo
di 10 milioni di euro per ogni famiglia dei bambini colpiti, facendo
capire che questo era il prezzo da pagare per la cancellazione del
verdetto di morte.
All'epoca, la Bulgaria aveva risposto picche, sostenendo che un
pagamento equivaleva a un'ammissione di colpevolezza.
Già domani probabilmente ripartirà un negoziato.